HUGO CABRET
Nella Parigi degli anni Trenta un ragazzino sopravvive rubando il necessario per sopravvivere. Si tratta del piccolo Hugo Cabret, rimasto orfano e introdotto da uno zio troppo ubriaco per prendersi cura di lui nelle stanze di una stazione ferroviaria, costruite per ospitare i manutentori dei grandi orologi meccanici. Così inizia il film di Martin Scorzese, svolgendosi fedele alla trama del romanzo di Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret.
Un film (e un romanzo) sulla magia evocativa del cinema, ma anche su un segreto tenuto ben nascosto! Un automa capace di disegnare i sogni. Un automa ritrovato dal padre di Hugo, quando era ancora in vita, in un vecchio museo e lasciato al figlio non funzionante. Ossessione e legame indelebile con la figura paterna, l’automa, o meglio la possibilità di ripararlo, diventa l’ossessione del ragazzino che si prodiga con ingranaggi e cacciaviti fino a quando la mano meccanica non torna a vergare il foglio.
Non poteva mancare nella storia un “venditore di giocattoli” che, si scoprirà sul finale, ha con l’automa un rapporto fortissimo. Un omaggio a Georges Méliès, mago, esploratore del linguaggio cinematografico, attore e regista. Uno dei protagonisti indiscussi, per quanto dimenticati, del cinema delle origini. Inventore della “finzione” filmica e del “montaggio”, oltre che esploratore di mondi fantastici, tutti racchiusi nello scorrere della pellicola. Chi non ricorda il proiettile sparato dalla terra che si infilza nell’occhio sinistro della luna?
Grande film!
THE IRON LADY
The Iron Lady avrebbe potuto e, di certo voluto, essere un film sulla nostalgia e sulla solitudine del potere. Invece la pellicola resta un prodotto incompiuto, incapace di far emergere le potenzialità di un progetto tutto sommato interessante.
Le scene, troppo spesso di una lentezza innaturale, raccontano la pallida esistenza di una signora ottantenne, afflitta da demenza senile, imprigionata nei suoi fantasmi e nell’incapacità di superare la perdita del partner, l’atteggiamento troppo sottomesso di una figlia e la completa latitanza dell’altro. Allucinazioni si alternano ad improvvisi guizzi di lucidità.
Potrebbe essere un film sulla tragicità della vecchiaia se quella signora non si chiamasse Margareth Thatcher. Phyllida Lloyd, la regista, racconta, procedendo per flashback, la parabola umana di una ragazza della middle class, figlia di un droghiere, che, senza mai rinunciare alle proprie idee, riesce a farsi largo nell’intricato universo dei conservatori inglesi dove, almeno fino a quel momento, potevano sperare di avere successo solo i rampolli “maschi” dell’alta borghesia e della nobiltà.
Il film però diventa retorico quando Phyllida Lloyd e Abi Morgan, lo sceneggiatore, tentano di raccontare la vicenda politica dell’ex premier britannica. Nonostante le sovrimpressioni, le inquadrature irregolari e le immagini di repertorio, la “storia” di quegli anni resta ai margini, soffocata dall’invadenza di un personaggio abbandonato a se stesso, mai analizzato e approfondito come, invece, il genere avrebbe richiesto. Manca il coinvolgimento, manca il giudizio politico, latitano i sussulti e le emozioni. Insomma, alla fine, resta solo l’enfatizzazione agiografica della “signora Thatcher, che rende monotona la storia e finisce per vanificare il senso del film.
Se non ci fosse Meryl Streep, The Iron Lady, non varrebbe la pena di una visione.
APOCALYPSE LATER, SURF NOW
Apocalypse Later, Surf Now, ecco la fine del mondo vista dai surfisti che hanno deciso di passare l’ultimo giorno continuando a praticare il loro sport preferito. Il brano musicale usato come colonna sonora è “The Whales” dei MERMEN dall’album Krill Slippin.
LA TALPA
A George Smiley, agente segreto messo a riposo, viene chiesto di investigare su una possibile falla nel sistema di sicurezza del Circus (famoso quartiere londinese dove Le Carré situa la sede del servizio segreto inglese). Sembra che il fantomatico capo del KGB, Karla, sia riuscito ad inserire all’interno del Circus una talpa, nome in codice Gerald, che è riuscita a prendere il controllo dei servizi segreti dopo la morte di Controllo, l’ex capo del servizio. Controllo stesso, poco prima di morire, aveva affidato a Jim Prideaux un’importante missione: mettersi in contatto con un militare ceco per ottenere il nome della talpa. Ma la missione fallisce con il ferimento di Prideaux e la perdita dell’intera rete ceca. Controllo è così costretto a dimettersi, permettendo a Gerald di prendere il potere. Al ritorno di Smiley il Circus è in una posizione difficile. La talpa Gerald ha creato una serie di rapporti, chiamati Rapporti Strega, che altro non sono che mangime (falsi rapporti da scambiare con autentiche importanti informazioni). Smiley riuscirà a scoprire l’identità della talpa al prezzo della perdita di un amico e della scoperta che parte dei suoi problemi famigliari sono causati dalla talpa stessa.
Questa la trama (liberamente tratta da Wikipedia) del romanzo di Jhon Le Carré, pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo accattivante di “La talpa”. In realtà il titolo originale “Tinker, Tailor, Soldier Spy“, un gioco di parole che prende spunto dalla filastrocca inglese per bambini “Tinker, Tailor, Soldier, Sailor, Richman, Poorman, Beggarman, Thief” (Stagnaio, Sarto, Soldato, Marinaio, Ricco, Povero, Straccione, Ladro), sarebbe stato poco comprensibile tradotto letteralmente.
Il film del regista svedese Tomas Alfredson, presentato in anteprima alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ripercorre abbastanza puntualmente la trama del romanzo, mettendo in campo una narrazione cinematografica molto intensa. Le atmosfere lente e il lungo respiro dei personaggi rendono “La talpa” un piccolo capolavoro tra le spy story di cui è piena la storia del cinema. La cura dei particolari, le inquadrature strette sul volto dei protagonisti, le riprese attraverso le finestre, le luci sempre soffuse, i lunghi silenzi, gli interni con la macchina da presa immobile e le improvvise aperture, contribuiscono a tessere una ragnatela di relazioni ambigue, ma soprattutto forniscono ai personaggi uno spessore psicologico profondo. La riflessione unitaria del film affonda nella vita stessa, nel suo implacabile scorrere, nella nostalgia del passato, nella consapevolezza di quanto sia amara la conoscenza della verità.
Tra tutti i protagonisti spicca Gary Oldman che in certi momenti mi ha ricordato l’Harry Palmer, interpretato da un sontuoso Michael Caine di Ipcress (1965), Funerale a Berlino (1966) e Il cervello da un miliardo di dollari (1967). Meno intenso Colin Firth, ma comunque all’altezza del ruolo. Assolutamente da vedere.
“EDGAR J.”
Edgar J. Hoover, un oscuro e giovane ex funzionario della Biblioteca del Congresso, prostrato da una madre incombente, segnato da un padre fatuo e inesistente, riesce ad inventarsi una agenzia investigativa federale, l’FBI, e a dirigerla per quarantotto anni, influenzando significativamente la politica americana con una spregiudicatezza senza limiti, attraverso una capillare opera di schedatura e di ricatto nei confronti di ben otto Presidenti degli Stati Uniti e di decine di migliaia di individui. Ma non basta! Edgar J. Hoover ha anche portato la “mistificazione mediatica” a vette mai raggiunte prima, utilizzando le ingenti risorse di cui poteva disporre per corrompere e influenzare. Ancora ricordo che negli anni ’60 i ragazzini impazzivano per il kit dell’agente dell’FBI, con tanto di distintivo, fondina, pistola e piccola storia dell’agenzia dove si magnificava la figura di J. Edgar. Per non parlare poi dei film di Hollywood con l’agente speciale James Cagney, passato dai ruoli di cattivo a quelli di eroe persecutore di malviventi, delinquenti, gangster e rapinatori.
“Edgar J.” di Clint Eastwood ripercorre proprio la vita dell’onnipotente direttore dell’FBI, proponendone una biografia sospesa, per certi versi molto rarefatta. Grande spazio alle ossessioni, all’amore odio per la figura materna, all’omosessualità, alla missione di salvare l’America dai “comunisti”, sai “negri”, dagli “immigrati” e dagli “ufo”. Totale mancanza del contesto storico in cui l’FBI di Hoover operò. Vago accenno alle “deportazioni” senza alcun riferimento al razzismo e all’isteria. Nessun cenno al caso degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, condannati a morte solo perché ritenuti individui pericolosi per la società. Troppe domande restano senza risposta, o addirittura nemmeno vengono formulate. Come mai mentre Edgar J. Hoover vantava successi contro il gangsterismo, Cosa Nostra realizzava a Las Vegas profitti da capogiro? Come mai Edgar J. Hoover lasciava in pace la ”mafia” e sprecava risorse immense per sorvegliare innocui professori di college dalle idee un po’ progressiste? Era forse ricattato a causa del suo vizietto per le scommesse sui cavalli? Perché l’agenzia depistò le indagini sui delitti eccellenti degli anni ’60, come quelli dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King e di Malcolm X? Forse perché Hoover ebbe un ruolo non marginale in quelle vicende?
Il regista californiano se ne frega di tutte queste domande e preferisce concentrarsi su un individuo al di fuori della Storia. Un “piccolo uomo” mosso dalla forza di un grande destino: difendere l’America ad ogni costo. Ovviamente l’America perbenista, bigotta e spregiudicata. Destino che lo divorerà sino all’ultimo respiro portandolo a giustificare anche le più atroci malefatte.
Devo confessarlo, da Clint Eastwood mi aspettavo molto di più. Ho amato alcune sue pellicole come “Mystic River”, ”Million dollar baby” e “Gran Torino”. Ma “Edgar J.”, nonostante l’intensa interpretazione di Di Caprio, la struggente poesia di certe scene, l’ottima fotografia, la cura maniacale dei dettagli e la colonna sonora composta dallo stesso Eastwood, non mi è piaciuto. L’anima “repubblicana” dell’attore regista californiano prevale su tutto il resto e assolve, e liquida con troppa facilità.
A chi cerca risposte alle domande che Clint Eastwood evita persino di formulare consiglio la trilogia americana di James Ellroy: American Tabloid, Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio.
MATERIA OSCURA
Questa è la foto del secolo! Una immagine della “materia oscura” nel cielo estivo, una ragnatela cosmica gigantesca di regioni più dense ed altre vuote che si espande per oltre un miliardo di anni luce occupando il 25% dell’universo.
Immagino che nell’epoca dello spread che sale e del conto in banca che scende freghi poco o niente della “materia oscura”! Eppure la conoscenza dei “segreti” dell’universo passa attraverso la comprensione di questa misteriosa entità che occupa il 25% della gigantesca “bolla” nella quale siamo collocati. La mappa è stata presentata oggi negli Stati Uniti, nel convegno della Società Americana di Astronomia in corso ad Austin, in Texas e si deve a un gruppo di lavoro internazionale dell’università canadese della British Columbia e dell’università britannica di Edimburgo.
CLASSIFICA 2011 – LE MIGLIORI CLIP MUSICALI
Ultimo giorno dell’anno. Ecco la mia classifica delle migliori clip musicali del 2011.
1. BAD COME ME - TOM WAITS
2. LOVE AND WAR - NEIL YOUNG
3. THE BATTLE – STORYFOLD
4. SUNDAYS WHORE - FOX.E & THE GOOD HANDS
5. PARADISE - COLDPLAY
6. DESIRE – ALELA DIANE & WILD DIVINE
L’ETERNAUTA
L’Eternauta è tra le mie librerie preferite. La trovate in via Gentile da Mogliano, al Pigneto. E’ un via vai di lettori, scrittori più o meno precari, di narratori incalliti, di artisti d’ogni genere.
Massimo D’Auria gestisce il “flusso” consigliando i suoi “preferiti”, spesso “sconosciuti” autori. Può capitare di entrarci un tardo pomeriggio qualsiasi e trovare scrittori intenti a leggersi a vicenda. Si chiama “I racconti degli altri” ed è un modo di ascoltarsi, di conoscersi, di condividere la parola scritta.
E poi c’è il “Racconto vetrina”. Un racconto breve, appeso alle intemperie sul vetro, che si può leggere in pochi minuti, dopo aver osservato i libri esposti (pochi, ma molto ben selezionati). Ne sto preparando uno anche io… ovviamente l’invito è esteso a chiunque abbia qualcosa da “narrare”.
E ancora “castelli di carta”, “trenini di legno”, e macchinine colorate per chi vuole regalare un giocattolo dal sapore d’altri tempi ai propri bambini. Tra gli scaffali c’è anche quello dedicato solo agli editori indipendenti con una accuratissima scelta di titoli. E, infine, l’Eternauta, il mitico fumetto di fantascienza sceneggiato da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López, pubblicato per la prima volta in Argentina tra il 1957 ed il 1959 sul periodico Hora Cero Semanal, insieme negli scaffali a decine di altri fumetti d’autore.










